La Croazia si prepara a intervenire ancora una volta sulla disciplina del lavoro dei cittadini di Paesi terzi. Dopo le modifiche già entrate in vigore nel 2025, il Governo ha avviato un nuovo pacchetto di riforme con l’obiettivo di correggere le rigidità emerse nella pratica e di allineare ulteriormente la normativa croata agli sviluppi del diritto europeo.

Il risultato è un impianto normativo che, almeno nelle intenzioni, vuole essere più moderno e più aderente alle esigenze del mercato. Ma attenzione: se da un lato vengono introdotte misure che rendono più semplice la mobilità del lavoratore straniero tra datori di lavoro e mansioni, dall’altro si rafforzano in modo significativo i controlli su imprese, procedure, territori di impiego, alloggi e requisiti economico-fiscali.

Per chi assume personale extra UE in Croazia, o intende farlo nei prossimi mesi, non si tratta quindi di un semplice aggiornamento formale. È una riforma che incide concretamente sulla gestione operativa del personale straniero.

Un sistema più flessibile, ma anche più selettivo

Il punto di partenza resta invariato: i cittadini di Paesi terzi possono lavorare in Croazia principalmente sulla base di un permesso di soggiorno e lavoro, rilasciato dal Ministero dell’Interno croato, di regola con il coinvolgimento dell’Ufficio croato per l’impiego, l’HZZ. Solo in alcune ipotesi specifiche la legge consente il rilascio del titolo senza il parere dell’HZZ.

Quello che cambia è soprattutto il modo in cui il sistema viene controllato. La riforma sembra muoversi lungo due direttrici molto chiare. Da una parte, si vuole evitare che le aziende restino bloccate da procedure troppo rigide, soprattutto nei casi di cambio datore, cambio mansione o necessità di riutilizzare lavoratori già presenti legalmente in Croazia. Dall’altra, si vuole chiudere ogni spazio di aggiramento delle regole, in particolare sul piano territoriale, fiscale e organizzativo.

In altre parole: meno burocrazia dove la rigidità si era rivelata inefficiente, ma più rigore dove il sistema aveva mostrato margini di abuso.

Il test del mercato del lavoro non sparisce, ma cambia peso

Uno dei cardini del sistema resta il test del mercato del lavoro, cioè la verifica preventiva della disponibilità di lavoratori sul mercato croato per quella posizione. Il datore di lavoro, prima di assumere un cittadino di Paese terzo, deve indicare con precisione il profilo richiesto: esperienza, livello di istruzione, lingue, competenze tecniche e retribuzione. Questi requisiti, però, non possono essere costruiti artificiosamente per escludere il mercato locale: devono essere coerenti con quelli normalmente richiesti per posizioni analoghe, e anche la retribuzione deve rispettare gli standard croati applicabili.

La vera novità è che il test non sarà più “neutro” sotto il profilo geografico. Il progetto di legge introduce una stretta molto forte: se il test è stato effettuato per una determinata area territoriale, il lavoratore straniero potrà lavorare solo in quell’area. Questa modifica nasce da un problema concreto emerso nella pratica: alcune aziende chiedevano il test in aree con penuria di manodopera e, una volta ottenuto l’esito positivo, impiegavano il lavoratore in altre zone, dove invece il mercato locale offriva già personale disponibile. La riforma chiude questa possibilità.

Per le imprese questo significa una cosa molto semplice: non basterà più ottenere l’autorizzazione, ma bisognerà anche verificare con precisione dove il lavoratore verrà effettivamente impiegato.

Professioni deficitarie: corsia preferenziale, ma non senza limiti

Le professioni considerate carenti continuano a beneficiare di una procedura più snella, perché in questi casi il test del mercato del lavoro non è richiesto. Tuttavia, anche qui il legislatore introduce un correttivo importante: il fatto che una professione sia deficitaria non varrà automaticamente per tutta la Croazia. Se la carenza riguarda solo alcune aree, il lavoratore potrà operare solo in quelle zone.

È una distinzione molto rilevante sul piano pratico. Per figure professionali strutturalmente carenti in tutto il Paese, come molte mansioni dell’edilizia o alcuni autisti, il problema sarà meno sentito. Ma per professioni come cameriere, cuoco, addetto alle pulizie o venditore, che possono risultare carenti solo in certe contee, il datore dovrà prestare molta attenzione alla localizzazione effettiva del lavoro.

In sostanza, la logica del legislatore è chiara: le scorciatoie amministrative restano, ma non possono trasformarsi in strumenti per aggirare l’equilibrio del mercato locale.

I nuovi requisiti per le aziende: il vero cuore della riforma

La parte forse più incisiva della riforma riguarda i requisiti che l’azienda deve possedere per ottenere il parere positivo dell’HZZ. Le modifiche del 2025 avevano puntato molto su criteri di fatturato che avevano generato forti critiche. Il nuovo progetto sostituisce quel sistema con un pacchetto più articolato di indicatori, pensato per verificare se il datore sia un soggetto realmente operativo e affidabile.

Per ottenere il via libera, il datore dovrà dimostrare non solo di avere documentazione completa e attività economica effettivamente esercitata in Croazia, ma anche di essere in regola con imposte, contributi e adempimenti fiscali, di non avere condanne o sanzioni gravi in materia di lavoro e sicurezza, di aver occupato almeno un lavoratore croato/SEE/Svizzera in modo stabile, e di possedere un certo livello minimo di movimenti sul conto corrente. Le soglie fissate dal progetto sono di 100.000 euro di afflussi annui per le persone giuridiche e 40.000 euro per le persone fisiche, con l’ulteriore condizione che il conto non sia stato bloccato per oltre 30 giorni consecutivi negli ultimi 6 mesi.

Non si tratta di dettagli. Questi requisiti segnano un passaggio molto chiaro: la Croazia vuole agevolare chi assume davvero per fare impresa, ma allo stesso tempo vuole escludere dal sistema i soggetti deboli, opachi o irregolari.

Meno rigidità sul lavoro nero, ma la sanzione resta

Interessante anche il cambiamento sul fronte del lavoro irregolare. Finora, la presenza del datore nella lista dei soggetti presso cui era stato accertato lavoro non dichiarato poteva produrre effetti molto pesanti e duraturi, fino a sei anni di esclusione pratica dal sistema dei permessi. Il nuovo progetto riduce questo periodo a un anno dall’accertamento.

È una correzione importante, perché rende la sanzione più proporzionata. Il messaggio, però, non cambia: il lavoro nero continua a incidere direttamente sulla possibilità di assumere lavoratori stranieri. Semplicemente, si riduce il tempo in cui la violazione blocca l’accesso al sistema.

Più lavoratori locali rispetto agli stranieri: cambiano le percentuali

La riforma interviene anche sul rapporto tra lavoratori locali e lavoratori di Paesi terzi presenti in azienda. La nuova soglia generale è fissata al 20% di lavoratori croati/SEE/Svizzera rispetto al numero dei lavoratori extra UE; per le professioni deficitarie la soglia è del 10%. È un incremento rispetto alle percentuali precedenti, che erano rispettivamente del 16% e dell’8%.

Anche questa scelta va letta in chiave di equilibrio del mercato. Il legislatore non vuole impedire l’ingresso di lavoratori stranieri, ma intende evitare che interi modelli organizzativi si fondino quasi esclusivamente su manodopera extra UE, senza un nucleo minimo di lavoratori locali.

Il permesso non è più una gabbia: cambia il tema della mobilità

Se c’è una parte della riforma che può davvero incidere sulla vita concreta delle imprese e dei lavoratori, è quella relativa alla mobilità del lavoratore straniero.

Per molto tempo, il sistema croato ha legato fortemente il lavoratore al datore e alla mansione indicati nel permesso. Questa impostazione aveva una sua logica di controllo, ma nella pratica creava rigidità notevoli: se cambiavano le esigenze organizzative dell’impresa, o se il rapporto di lavoro cessava, il lavoratore rischiava di trovarsi in un limbo amministrativo. La riforma prova a correggere questa rigidità.

Cambio di mansione più semplice

Il progetto consente al lavoratore con permesso fondato sul parere HZZ di cambiare mansione presso lo stesso datore senza dover ripartire da zero con una nuova procedura completa. Se la nuova mansione non rientra tra quelle deficitarie, resta necessario il test del mercato del lavoro, ma la logica generale è molto più fluida: se il parere dell’HZZ arriva, il lavoratore può iniziare la nuova attività e il permesso originario continua a valere fino alla sua scadenza naturale.

Per le aziende questo significa una cosa fondamentale: la gestione interna del personale straniero diventa più vicina a quella del personale locale, almeno sotto il profilo organizzativo.

Cambio di datore: la riforma più importante

Ancora più forte è la novità sul cambio di datore. Il progetto supera l’impostazione precedente, che di fatto bloccava il lavoratore presso lo stesso datore per almeno un anno, salvo nuove procedure complete. Con la nuova disciplina, il lavoratore potrà cambiare datore liberamente durante la validità del permesso, salvo il caso particolare di chi sia entrato in Croazia proprio in forza del permesso rilasciato mentre si trovava all’estero: in quel caso, il cambio sarà possibile solo dopo sei mesi, salvo situazioni gravi come mancato pagamento della retribuzione o violazioni del datore.

È una svolta di grande rilievo. Significa che il permesso di soggiorno e lavoro non sarà più, almeno in modo rigido, uno strumento che “fissa” il lavoratore a un unico datore. Per il mercato del lavoro croato questo introduce una mobilità molto maggiore, con effetti sia positivi sia competitivi.

Cambio simultaneo di datore e mansione

Il progetto fa un passo ulteriore: consente anche il cambio contemporaneo di datore e mansione senza necessità di ottenere un nuovo permesso completamente da capo, purché siano rispettate le condizioni documentali e procedurali.

Dal punto di vista editoriale e pratico, questo è forse il segnale più forte della riforma: il sistema si sta spostando da una logica puramente autorizzativa a una logica più dinamica, dove il controllo resta, ma si adatta alla realtà del mercato.

La disoccupazione non fa perdere subito il permesso

Un altro elemento importante della riforma riguarda la gestione del periodo successivo alla cessazione del rapporto di lavoro. Se il contratto termina prima della scadenza del permesso, il lavoratore non perde automaticamente il diritto a restare in Croazia. Potrà risultare disoccupato fino a 3 mesi, o fino a 6 mesi se soggiorna nel Paese da oltre due anni con quel tipo di permesso. In presenza di situazioni particolarmente sfruttatrici, il periodo può essere ulteriormente esteso.

Anche qui la riforma cerca un equilibrio. Da una parte si protegge il lavoratore, consentendogli di cercare una nuova opportunità senza uscire immediatamente dal sistema. Dall’altra, si impongono obblighi precisi: iscrizione all’HZZ, ricerca attiva del lavoro, accettazione di offerte congrue, risposta alle convocazioni. Se il lavoratore non si comporta in modo conforme, il permesso può comunque essere revocato.

Arriva l’obbligo di lingua croata

Una delle novità più simboliche e più delicate riguarda l’introduzione dell’obbligo di superare un esame di conoscenza della lingua croata e dell’alfabeto latino a livello base A1.1 per i lavoratori che soggiornano almeno un anno con permesso fondato sul parere HZZ. Il certificato sarà necessario in sede di proroga o di nuova domanda nei casi previsti, e il costo dell’esame sarà a carico del datore.

La misura sembra avere una chiara finalità di integrazione, ma avrà inevitabilmente anche un impatto pratico sulle aziende, che dovranno organizzarsi per tempo. Sono escluse alcune categorie, tra cui chi ha già studiato in Croazia, i parlanti di lingue slave meridionali e i lavoratori stagionali.

Alloggio e stagionalità: due fronti sempre più sensibili

Il progetto dedica attenzione anche all’alloggio, stabilendo che quando il datore fornisce o procura un alloggio al lavoratore, questo deve essere adeguato e garantire uno standard di vita dignitoso, con obbligo di comunicare eventuali variazioni. Si tratta di un tema che in molti settori, soprattutto quelli a forte uso di manodopera straniera, diventerà sempre più centrale.

Anche il lavoro stagionale viene riorganizzato. La novità principale è che il permesso per lavoro stagionale potrà avere validità fino a tre anni, pur restando fermo il limite dei periodi di effettivo lavoro, che potranno arrivare fino a 90 giorni annui o fino a 9 mesi l’anno, secondo i casi. È una soluzione che cerca di dare più continuità ai rapporti, senza snaturare la natura stagionale del titolo.

La direzione della riforma è chiara

Nel complesso, il progetto di modifica della Legge croata sugli stranieri manda un messaggio netto. La Croazia vuole continuare a utilizzare il lavoro dei cittadini di Paesi terzi come leva necessaria per il proprio mercato, ma vuole farlo in un sistema più ordinato, più controllato e meno esposto a pratiche elusive.

Per le aziende il punto non è solo capire se sarà più facile o più difficile assumere. Il punto vero è che sarà necessario assumere meglio, con maggiore attenzione alla struttura societaria, alla regolarità fiscale, alla localizzazione del lavoro, alla documentazione, alla formazione linguistica e alla compliance generale.

Chi saprà organizzarsi bene potrà beneficiare di un sistema più mobile e più flessibile. Chi invece continuerà a gestire il personale straniero in modo approssimativo o “di sola necessità”, rischierà di trovarsi davanti a controlli più rigidi, revoche e sanzioni.

Conclusione

La riforma croata sugli stranieri del 2026 non è solo un aggiornamento tecnico. È un cambio di impostazione. Più libertà nei movimenti del lavoratore, più possibilità di adattare il rapporto alle esigenze reali dell’impresa, ma anche più responsabilità per chi assume.

Per questo, oggi più che mai, la gestione del lavoro extra UE in Croazia non può essere affrontata come un semplice adempimento amministrativo. Va letta come una materia trasversale, dove diritto del lavoro, immigrazione, fisco, organizzazione aziendale e compliance si intrecciano in modo sempre più stretto.

Se la tua azienda assume o intende assumere lavoratori extra UE in Croazia, questo è il momento giusto per verificare procedure, contratti, requisiti aziendali e copertura territoriale dei permessi. Una revisione preventiva può evitare blocchi, sanzioni e criticità operative quando la riforma entrerà pienamente in gioco.